. . . Elfen . . .

Essenza . . .

Occhi infantili al loro primo desiderio
Chinano lo sguardo sentendo bruciare il petto
Si chiudono
Tremano
'La loro prima emozione'
Sorridono
Piangono
Ridono
'Caldo'
Turbinio incontrollabile di emozioni
Rimangono ad avvolgersi tra di loro
'Fa male'
Parole senza senso
Spezzate
Una dietro l'altra
'...'
Risa mute
Mani umide
Esplosione
'...'
Silenzio



 

Connessioni . . .

La pioggia. Mordermi le labbra. Il suono delle forbici. L'aroma della benzina. Il profumo delle foglioline di menta mentre piove. Il collo. Ascoltare. Camminare in solitudine. Il mare in burrasca. Il buio. Piangere. L'odore dei libri appena aperti. Le 3 palline da giocoliere. Il contatto. Il respiro sulla pelle. Le ragazze in imbarazzo. La lingua. La sincerità. Le scale. Il letto. La mia famiglia. L'ingenuità. I miei cani. Tokyo BLues, Norwegian Wood. Il silenzio. Scrivere. I campanellini. Il fumo giù per la gola. Collezionare cavolate. I sogni. Contare le mattonelle dei marciapiedi. Osservare i volti della gente. L'odore della pelle. Leggere. Ridere. Lo sguardo. Le emozioni. I manga. Le stelle.

Idiosincrasie . . .

Le mani untuose. Il vento. Il disordine. La gente ossessiva. Il mio vicino di casa. Chi non ascolta. Chi giudica senza sapere. Le orecchiette sui libri. Il mal di gola. L'emicrania. Le cravatte con tutto il vestito. Chi mi dice cosa fare. Chi non si fa i fatti propri. Chi parla troppo. La troppa luce. Il caldo. Il modem 56k. Il freddo. Il chiasso immotivato. Mio padre mia madre e le mie sorelle [quando fanno una di queste cose]. Il giorno troppo corto. I jeans troppo corti. I dolcevita. Stare sott'acqua. Il mio imbarazzo. La prepotenza. Il fumo negli occhi. La fretta. Le finte lacrime. La teatralità.

 

 

Alcova di simmetrie scomposte

 

 

oggi
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
marzo 2008
--- 2007 ---

--- 2006 ---

 

 

*loading* occhi ci hanno spiato . . .

 

 

Arkanta
Londinium - Vampiri
MiStAkE
Mon Petit Ange (di Elfen U.U)
Nudols
Silent Shinji
Tarak

 

 

 

martedì, 12 agosto 2008

Dormivo appollaiato su di un trespolo colmo d'estro, senza poter riaccendere quell'innata voglia di piccole dolcezze culinarie che mi venivano ripetutamente nascoste dalla principessa Eloisa fino a quando non raggiunsi con la punta dei gomiti l'angolo più nascosto del lucernario del castello monolitico alle pendici del Grande Salto. Era ancora ora di pranzo e io me ne stavo sdraiato sopra il ramo più debole dell'attaccapanni di nonna Gioele, a inseguire con il fiuto degli occhi un topolino marrone seduto sopra foglie di melassa argentata, che guizzavano a gran velocità sopra un autotreno di formiche giganti.

- niiirD niiirD -

Non credevo che quel suono così ovattato potesse farmi ruzzolare dalle esigue accelerazioni mentali del mio pollice, ne potevo mai immaginarmi una totale mancanza di piacere nel vedere sempre più vicino quella macchia che ancora oggi non tenta di arruginirsi sul capitolo dodicesimo della Sacra Lettura Confidenziale. Correvo, felice di tagliare le gambe merlettate del mio pigiama, senza nessun'arma da taglio diffidente e autoritaria. Sapevo che era giunto il momento tanto atteso di un tuffo blu nella tazza gigante di zio Monticchia, ma la dovuta responsabilità del mio aggrapparmi alle movenze classiche dell'aria, mi facevan riflettere sul movimento contrario e resistente della moquette che il faggio rosso del bosco rugoso aveva dentellato sotto i miei piedi per l'eternità. Ero fermo e correvo, ridevo e starnazzavo versi troppo metallici per il gioco del pentolone allestito lungo il corrimano che portava alla Stanza delle Necessità. Non era lì che volevo andare, ma i binari sui quali scivolavo senza un disco rigido a mia disposizione, mi costringevano ad alzare la mano ogni 5 passi e gridare " Se non cade la foglia, portare un ranocchio al centro della piazza non ha senso".

- niiirD niiirD, nooolD nooolD -

Questo era il secondo avvertimento, non potevo ignorare le perle colorate del salotto in cui ero inciampato, altrimenti potevo recidere tutte le ventimila leghe sotto il mare, e io non lo sognavo. Ero sveglio.
Ma mi fermai, questa volta, sotto un barlume di vecchia e maleodorante speranza, agitata da mani oleose e rosse per il succo di ciliegia. Non potevo fare a meno di ammirarle, strabuzzando gli organi interni a ritmo di jazz e mangiucchiando fili di cotone impressi in papiri lussureggianti per la stragrande quantità si polvere di stelle che futuri egiziani avevano distillato dal cerume di faraoni mai esistiti.

- !enimaiD - esclamai - iaH aznerac id oiclac!

Mai quelle parole fuorono meno gustose dell'erbetta di un campo di cricket, ne furono più consistenti di un anguria di zucchero mal assortito.
Persi i sensi quando mi vidi racchiudere all'esterno di un cono d'ombra proiettato da una fonte non illuminata di piccoli folleti albini, che si rattristavano in maniera euforica all'idea di vedermi uscire dalla serratura di un manico di osso.
Io, nel contempo, poco m'interessavo agli avvenimenti non avvenuti in cima alle scogliere dei miei denti, ma la lingua in quel preciso istante mi si scuoteva per il troppo prender e il poco lasciar. 
Così decisi di non credere alle belle parole e lasciare che la mia pelle si squamasse senza alcun fine di lucro.

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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mercoledì, 09 luglio 2008

Immaginate un tavolo da gioco.
Quelli che hanno quella specie di moquette verde sulla quale ti viene voglia di farci l'amore per ore, circondato da centinaia di fisch (non so come si scrive, perdonatemi se sbaglio!) e da carte, obbligatoriamente francesi.
Immaginate 5 giocatori. Un croupier. E una montagna di soldi in palio.
Semplice, direte voi, è Texas Hold'em.
Ma bravi, vi dico io, avete proprio indovinato.
Ma non sono così maniacalmente disperato da SCRIVERE UN POST SUL TEXAS HOLD'EM!!
Scusate, continuiamo.
Sapete benissimo come funziona il gioco, no?
Immaginate di un giocatore, molto appassionato del gioco, ma inesperto nei tavoli professionali, in cui si gioca per vincere, in cui lo scopo del gioco è lasciare senza fish (forse così?) l'avversario. Immaginate lui, ridotto alle pezze nel culo, per la sua troppa passione, per il suo gioco illusionario, che durante una mano, proprio quando è il suo torno, dice quelle parole, pronuncia quelle due parole maledettamente strordinarie.

ALL IN

Immaginate adesso un'esplosione di colori. L'inzio dei giochi pirotecnici alla vostra festa del paese. Il botto dello spumante ai 25 anni di matrimonio dei vostri genitori. Il riposa in pace alla messa di..no, non esageriamo.
Cristo, è un modo di vivere quello dell'All in. 
Immaginate quel giocatore. Immaginate quegli attimi di silenzio che precedono lo sparo di quelle parole, quei minuti in cui quell'uomo guarda le sue carte e sente soltanto le urla delle sue cellule che ripetono All in All in All in All in senza fine, in continuazione, con un volume sempre più alto e una frequenza sempre maggiore fino alle parole pacate e secche del giocatore.

ALL IN

Cristo, hai gli occhi di tutti addosso, i proiettori sono puntati tutti su di te, ma a te è dei tuoi occhi che ti frega. Dei tuoi occhi che ti guardano meravigliati.
Cristo ti senti pronto ad iniziare, combattere e finire una guerra soltanto con un bastone di legno.
Sai già di aver vinto. Senti le campane. I cori. Coriandoli e stelle filanti. Tutti che ti sorridono e ti fanno festa. Tutto così magico. E poi ti trovi escluso dal giro, senza carte in mano, senza fish alla tua postazione e ignorato da tutti, dal croupier, dai giocatori, dal pubblico e dai riflettori.
Solo da una cosa non sei ignorato.

I tuoi occhi.

E ti alzi da quel tavolo con un sorriso smagliante, la schiena dritta e lo sguardo proiettato verso l'orizzonte, senza nulla guardare.

Tutto sta nel trovare il coraggio di dire all in..

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sabato, 07 giugno 2008

Forse ognuno di noi dovrebbe essere capace di ingoiare quantità infinite di attimi, senza doverle espellere, senza troppi effetti collaterali che un po' di lievito darebbe ad una miscela di farina, acqua e latte.
Senza neanche dover rispettare una specifica dieta.
Niente rimorsi, niente castigazione forzata, niente castità culinaria.
Soltanto un insieme di tentazioni distese su di un banchetto chilometrico, davanti ai tuoi occhi.
Colorato di raggi crepuscolari e spuma di mare.
Umido, che scotti al primo tocco e al secondo ti accolga come farebbero dei semi di girasole.
Da farti venire la pelle d'oca per la maestosità dell'evento, da farti venire l'invidia.
Si, quell'invidia che ti porta una tuta blu ed un mantello rosso e ti dice: "Su, indossalo. Perchè stai perdendo tempo..?".
Esplodere, far tremare la terra sotto i tuoi piedi, la quale ti risponderà con un sorriso e ti dirà che sopporterà ancora di più, per tutto il tempo necessario ad una detonazione immensa. Talmente estesa che tutti dovranno sentirsi scorrere la tua determinazione nelle loro vene, al posto del sangue. Insieme al sangue, in modo che la tua essenza macchi la vita di ogni persona.
E in quel momento devi ingoiare.
Proprio in quel momento devi tuffarti in quel banchetto e appropriarti delle sensazioni che emana. Li vedi i profumi, come i vapori di un minestrone caldo che la mamma ti cucina, perchè le verdure fanno bene alla salute.
Come quando stringi i denti sul manico della chitarra e tappi le orecchie: si, lì stai ingoiando la musica e quella musica ti scorre da tutte la parti, si fa il giro del tuo sistema circolatorio, respiratorio, digerente in meno di una frazione di secondo. Ti riempie senza mai sentirti sazio.
E su quel banchetto ormai sei imbrattato di tutto: hai i polpastrelli sporchi di resina calda che scivola lungo la corteccia dura e secca di un castagno, la punta del naso di nutella con cui imbratti il viso della tua ragazza e di cui non laverai mai il suo sorriso, hai le ginocchia ricoperte di granelli di sabbia, la pianta dei piedi è verde prato su cui rincorrevi un acquilone, le labbra rosso ciliegia e la bocca piena di ossicini da cui non vuoi separarti perchè ancora è rimasta un po' di polpa attaccata, la pelle madida del suo sudore e di quello di altre centinaia di persone con cui andresti volentieri a letto solo perchè a governare sono i tuoi sensi e tu li lasci tranquillamente fare:

- Assaggia un po' quelle labbra, magari riesci ancora a percepire l'aroma del caffè..
- Annusale gli occhi, forse potrai ancora sentire il profumo di mare di questa notte..
- Sfiorale il ventre, e vi ritroverete sotto un sole di mezzogiorno in pieno Agosto..
- Ascoltale il battito, sarà il toc toc euforico ed astinente delle sue nocche sulla tua porta..
- Guardale il viso, e a battere nel tuo cuore saranno i morsi dei suoi denti sulla tua pelle..

Quando per quella giornata ti sarai fin troppo abbuffato di tentazioni, volta faccia, cambia lato e sii tentazione per tutti gli altri..


Ama.

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mercoledì, 21 maggio 2008

Diaclasi di demoni destabilizzano, debole e diafano, il delitto del dogma, distruggono dovute differenze denominate dubbi, depennando dal dedalo defibrillatore disdicevoli desinenze dipinte di un denim dorato, definite dio o diavolo.
Decantando doline di distillati d.o.c. decelero distorte disattenzioni descritte dentro dischi di duri e dolorosi danni.

Decolorandomi.

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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mercoledì, 05 marzo 2008

E' un periodo strano.
E in questi casi si ritorna a scrivere su fogli digitali lasciati ad ammuffire.
Ricordate quando scrissi che mi sentivo insignificante? Che i miei sensi non riuscivano nel loro dovere?
Ebbene non so se da quel momento sia cambiato di una virgola, ma c'è una cosa che adesso mi viene difficile controllare: la lucidità.
Provando ad immaginare la mente e il linguaggio come due unità a se stanti legati assieme da raccordi, tubi e fili..provando a immaginare questo, sento che le due parti sono del tutto scollegate.
Completamente.
Li vedo lì, con i polpastrelli di quei tubi filettati che si sfiorano, si scalfiscono girando su se stessi, disegnando traiettorie elicoidali nel tentativo di incastrarsi, come Madre Natura ha voluto che continuasse il mondo. Incastrandosi. E quando le due rispettive parti non coincidono, si forza il processo per stanchezza o per codardia.
Ma la lucidità per fissare fino alla fine di quelle filettature ogni singolo bullone con la rispettiva vite l'ho persa per strada, e non ricordo nemmeno dove, tanto da non accorgermi di come alcune parole, alcuni segnali potessero bruciare l'aria che mi circondava in maniera così intensa.

Io credevo, ho sempre creduto. Le mie ferite, voi che ne potete sapere. Io mi sono lasciato alle spalle chilometri di strada divorata a morsi. Le ferite, quelle contano. Le ferite, già.
I colpi, eh si.
I crolli e i rialzi, già già.
Come ho potuto cullarmici su!?
Come ho potuto, di tutto questo sangue dell'anima, farne il mio trono e sedermici su con aria trionfante?
Mi sono ammorbidito, ho lasciato che il filo della mia lama diventasse panna montata, solo per aver confidato su quei miseri trofei conquistati, miseri in confronto a tutto il resto.
E adesso, la mia lucidità ne subisce le conseguenze, e fidatevi, ho già sprecato troppo tempo per poter scrivere queste quattro parole una dietro l'altra. 

Riflessi.
Lucidità.
Autonomia.
Sicurezza.
Coraggio.

Ancora una volta le mie pecore sono uscite dal recinto.
Forse il pastore non fa per me..

Rivoglio il mio gregge. Al chiuso.     

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|| 23:07 ||| commenti
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martedì, 30 ottobre 2007

Non vorrei tessere i fili di una ragnatela, ma scorrere come fari automobilistici in scatti fotografici, mantenendo a lungo l'obiettivo aperto. Luci policromatiche che sgusciano attorno ad una statuaria città privata del vizio. Avvolgermi tra gli aromi di gelsomino e menta, come un millefiori di ottima qualità.
La vita di un'ape in fin dei conti è triste, consuetudinaria e organizzata, ma vista con gli occhi di un ventunenne illusionario e lunatico, il vagar costruttivo da fiore e fiore risulta soltanto come l'espressione della propria volontà.

Cosa c'è di più errato nell'ostacolare il bene di una persona?
E in cosa consiste la ricerca del bene per una persona?
E soprattutto, come posso dare io una risposta..Posso solo tentare di esprimere una mia opinione, una mia umile idea.

Tutti ci rendiamo conto che alcuni oggetti, se potessero parlare, ne avrebbero eccome da dire:
- Il cesso, che vita di merda che fa. Costretto a osservare orifizi anali vomitare quotidianamente monotematici pezzetti di vita;
-La scopa, tutti possiamo solo sperare che non sia allergica agli acari della polvere, ma dando per scontato che non lo sia, la sua vita è comunque più in basso di quella del cesso. Dalle sue grinfie passa di tutto, ma proprio tutto tutto;
-Il frullatore, cazzo sfido chiunque a roteare a quella velocità senza rigettare ogni singolo organo e meccanismo meccanico chicchesia. O forse accade, ma in mezzo alla poltiglia antropica non si nota niente. Potrebbe pensarlo..

Però nessuno, o forse tutti ma senza soffermarsi più del necessario, si sono mai chiesti se loro siano felici della loro vita.
Tutti mi prendereste per pazzo affermando che sono oggetti, ma io ho già premesso l'eventuale possibilità di una loro coscienza.
Bhè, la mia risposta è si.
E sapete perchè posso dire che è così?
Perchè sono nati con questo scopo, è nella loro essenza svolgere vite di questo genere.

Volete una morale? Una conclusione?
Non c'è, non ho semplicemente un cazzo da fare.

Alla prossima.

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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sabato, 27 ottobre 2007

Battiti
racchiusi in un guscio epidermico di velate certezze e bramosie nascenti,
sottocutanee,
contengono l'intreccio vincente per glaciazioni in via d'estinzione.

Quanto tempo è che aspettavo di respirare nuovamente questi attimi così irresistibili?

Pulsazioni di respiri irregolari a sempre meno indulgenza dal mio volto.
A sempre meno battiti dalle mie labbra.
Sotto protettivi sguardi legati ad un dito,
nel tentativo tanto casuale quando ricercato di un minimo vitale contatto.
Battiti.

Ingordigia della tua carne

Nei miei occhi sul tuo sonno irrequieto, ansimante.
Nell'ìnsinuarsi incantevole delle mie dita sotto i tuoi tessuti.
Più giù.
Nel tuo accostarti, come un infante farebbe col suo biberon,
allacciando arti e lasciando cullare zigomi.
Nei tuoi occhi, così spesso sui miei.
Battiti.

Di sere nascoste alle spalle di uno schermo,
a intuire la forma di un colore visto da dietro.






La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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mercoledì, 24 ottobre 2007

E ogni istante è un sorso d’ossigeno.
Mi incollo a specchi d’ambra vomitando bramosie con ebbrezza, vittima innocente di una trappola o protagonista di un boundage incatenato all’orlo.
Non sono note, ne crisantemi e nemmeno kebab le mie medaglie.
E’ l’intermittenza ebano che voracemente scandisce la distanza, mia nemica, dai sensi.
Dai suoi, saziandomi cerimonialmente.
 
Giacca gessata nera. Pantalone abbinato e cravattina bianca su una camicia nera, seta.
Il porco si è surclassato e con lui i suoi vizi.
Si avvicina al tavolo prenotato e prima di sedersi si permette di far accomodare una madmoiselle spostandole la sedia.
Che gentile.
Manessunasachesottoquelcompletoformalesinascondeundissennatoreaffamatodicarnedolcecosìdolce chiomabiondanasofrançaisdiodammisololapossibilitàdipercepirnelapresenza
Prende posto e come suggerisce il bon ton come prima cosa distende il salvamacchie sulle ginocchia per poi degnare i presenti di un suo sguardo di approvazione.
Sorride. 
Serraidentieccochefapertimoredipotermorderetuttoquellocheglicapitaatirodammisoloquellochechiedo lasciacheiosiaperunattimoilfilodiquellalamachesolcalesuelabbra.
Fortunatamente per lui, nello stesso momento in cui stava per appoggiare i gomiti sul tavolino qualcuno lo grazia innalzandolo a soggetto da presentare a gente importante.
Porge la mano, che stile.
Nonstringeretroppolapresapotrestidestaresospettiechinalosguardopotrestifarsaltareinariaqualcuno portatemelaportatemelasuunvassoiod’argentoricopertasolodivogliacazzoquinontidannodamangiare ciòchevuoieiohofame
- Ho fame
E’ crollato.
Il porco in un matrimonio, ha fame.
 
Appollaiato sul trespolo dell’inezia, ancorato a questo brandello celestiale su poltrone d’attesa palpitanti, corro in una gabbia che chiede pietà. I suoi cardini reumatici invocano salvezza.
Vorrei baciarti, un bocca a bocca emozionale che trasudi l’ordinanza di stagioni nuovamente intenerite.
Vorrei essere una goccia del tuo sudore che ti cola tra le gambe e farne un profumo.
Il mio profumo.
 
A te
pétite
Je t’aime

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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domenica, 21 ottobre 2007

La mia pelle è talmente doppia da non riuscire a percepire nessun contatto fisico
Le mie orecchie non riescono a captare e immagazzinare nessun segnale
I miei occhi attraversano senza osservare e studiare
Il mio naso sente solo odore di nicotina
La mia lingua etanolo

Mi sento insignificante

Il mio cervello è lì che si scervella nel tentativo di fare ordine,
ma il mio sangue è talmente freddo che ha ibernato tutti gli organi interni, fermando il suo corso una volta giunto sino al cuore.
Congelandolo.
Adesso non ha orecchie per sentire il suono di una voce.
Non ha occhi per vedere le particolarità di un movimento.
Non ha mani per toccare l'emozione della vicinanza.
Non ha naso per non dimenticare quell'essenza.
Non ha lingua per assaporare quella prelibatezza.

Sono insignificante

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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Come lo chiamate voi altri, il blocco dello scrittore? Mancanza di stimoli? Superficialità?
Io non saprei che nome dargli, so solo che mi sta portando verso l'insignificatezza.
Più continuo ad abbandonare i miei passi sulla scorza di questo mondo, più mi accorgo che i miei scarponi sono diventati troppo leggeri per gustarne il succo.
Prima ogni mio movimento, ogni mia azione, ogni mia idea, ogni mio mondo era circondato da un alone di parole che me lo descrivevano fin dentro al cuore.
Lo sentivo. Sentivo quelle parole balzarmi alla bocca naturalmente, senza il bisogno di faticare nel cercarli. Mi bastava soltanto richiamare quella sensazione e dalle mie dita, dalle mia labbra, dalla mia mente uscivano tutta una serie di parole che avevano l'intelligenza, la capacità, l'autocoscienza di prendere il loro posto in quella frase che alla fine mi lasciava sazio. Mangiavo con gusto.
Adesso ancor prima di portare il cibo in bocca, devo andare a cercare la forchetta, sperando che il gesto della mano sia del tutto automatico e non debba sputare sangue anche per quello.
E' come se dentro di me ogni condotto, ogni passaggio che univa tutte le parti del mio corpo si fosse spezzato, ostruendo così qualsiasi tipo di contatto, isolando ogni cosa.
Partendo già dai sensi, ultimamente incapaci di compiere come si deve il loro lavoro, continuando con l'animo, inetto captatore di emozioni, il cuore, ormai fossilizzato nella forzata funzione di tenermi in vita, fino al cervello, l'ordine per antonomasia, ridotto ormai in un groviglio di nodi.
Mi ritrovo disconnesso con me stesso, incapace di sentire ciò che faccio.
Più cerco di capire cosa mi ha portato a questo, più i miei neuroni si confondono, finendo per schiantarsi l'uno con l'altro.

La cosa più brutta è che tutto questo, ovviamente, non mi provoca dolore e quindi non intacca la mia volontà di reagire, che mi lascia inerte.

Spettatore di un umoristico teatro dell'assurdo

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 12:26 ||| commenti (4)
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lunedì, 17 settembre 2007

Son maestro di follia,
vivo la mia vita sulla fune
che separa la prigione della mente
dalla fantasia
.
Il mio futuro è nel presente
ed ogni giorno allegramente
io cammino sul confine immaginario
dell’orizzonte
mentre voi,
signori spettatori, mi guardate dalla strada,
cuori appesi ad un sospiro
per paura che io cada
ma il mio equilibrio è in cielo
come i sogni dei poeti,
mai potrei viver come voi
che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi
.

Son maestro di pazzia
e vola sulla corda la mia mente
a rincorrere i pensieri
ad inseguire l’utopia
di catturare almeno un “oggi”
prima che diventi “ieri”
e provare a far danzare il tempo
.

Signori spettatori lo spettacolo è finito,
vi saluto con l’inchino,
sempre in bilico sull’orlo del destino
e un sorriso avrò per tutti voi,
che vediate nel funambolo un buffone
o che vediate in lui un artista


e ringrazio chi ha disegnato questa vita mia perché
mi ha fatto battere nel petto il cuore di un equilibrista
.

                                                                                                    

                                                           ¬ Ratti della Sabina, Il Funambolo

                                                                               Semplicemente Puro 

                                                                                                       *-*

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 21:45 ||| commenti
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venerdì, 14 settembre 2007

E ritorno a scriverci su ogni volta che mi volto a guardare quel cuore che da tempo mi porto dietro stretto attorno ad un filo spinato.
Dall'olezzo che sprigiona il suo corpo inerme, credo stia andando in decomposizione.
Dopo tutto sono circa 3 anni che non fa altro che strisciare senza battiti sul duro asfalto.

Non posso darti torto se, dopo tanto tempo che ti ho abbandonato, adesso ti fai sentire col tuo marcio.

Defibrillatore
.
Defibrillatore
.
Defibrillatore

Mi sembra necessario a questo punto. Anche se forse è inutile.
Pazienza.
Sicuramente non resterò con le mani in mano, tanto vale le stringa attorno ad esso nel tentativo di sentirne un battito.

Seppur debole
.


Arrivederci.

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 18:41 ||| commenti
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mercoledì, 04 aprile 2007

La vita spesso è una discarica di sogni

..il senso di vaga impotenza in un giorno di pioggia

..l'amaro fra i denti

..paura che la vita sfuggendo tra le dita

..la rabbia delle mie certezze

.

.

.

..The End..



Giorni a perdere per
Notti a far finta che sai vivere
Sciogliere scorie nel vuoto che c'è
Senza guardare mai sotto di te
.
Giorni a perdere te
Giorni a perdere te
Giorni a perdere te


Eco di parole intrappolate in fondo al cuore

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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domenica, 25 marzo 2007

Ditemi cosa devo fare, perchè io sto perdendo pezzi. Di carne. Ogni colpo che mi viene inferto. Parole, fatti, menzogne, omissioni, inesattezze mi stanno facendo sconvolgere quello che era il mio equilibrato e ordinario cammino. E io non ce la faccio più.
Quasi ogni giorno ne scopro una, ne sento sempre di nuove e ogni volta mi sento stringere il cilicio che ho al cuore. Sto sanguinando, come un paio di anni fa, ho ricominciato a sanguinare.
Odio odio odio.
Cazzo cazzo cazzo.
Voglio piangere e diluire tutto il mio dolore in una pozza di lacrime. Me ne voglio liberare, mi sta opprimendo, mi sta deteriorando. E io coglione che glielo lascio fare.
Idiota idiota idiota.
Chiedo sincerità e rispetto, dando fiducia e ricevo tutto l'opposto. Sempre.
Io non merito tutto questo.
Io non lo merito.
Non ho fatto nulla di male.
.
.
.
E forse è proprio per questo..

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 14:43 ||| commenti
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martedì, 20 marzo 2007

Inchiostro blu su cellule dell'epidermide.
Indizi empirici.
Focalizzano sempre e solo un volto.
Sempre e solo un profumo.
Su tessuto nero.
Preventivo.
Avvolgente.
E' il suo odore, la sua presenza al mio olfatto.
E' un contatto, essenziale.
Cellule epidermiche, le une contro le altre.
Più in profondità, il derma. La carne. Il sangue.
Lo sento il freddo tocco delle sue dita sulla mia pelle.
Lo desidero. Quel pungente, pizzicante odore di smalto.
Penso di potermi attaccare a lei come ci si aggrappa alle bombole di ossigeno quando si è in fin di vita.
E' maniacale.
Io lo sono.
E' ogni centimetro del suo corpo a rendermi tale.
Perfino la scoperta di un piccolo neo sulla sua pelle mi rende felice.
Vorrei far scivolare i miei umili occhi su ogni singolo disco della sua spina dorsale e al contempo camminarci sopra con le dita, fino a cullarmi in quelle minute fossette alla base di essa, così eccitanti al solo contatto.
Non me ne separeri mai.
Nè da esse dal suo collo, sostenuto da osse tenere e egocentriche.
Sono lì per farsi ammirare e io sono lì pronto a perderci la vista.
Nei suoi occhi, nelle sue varietà di colori, dal grigio-verde al giallo-ruggine, da quei raggi radiali marroni che dalla pupilla si dipersono in quel miscuglio di colori.
Nelle sue labbra, così soffici e rosa. Quel neo, ormai impresso in ogni mia sensazione.
So di dover mangiare ancora per sentirmi sazio.
Ho troppa fame.
Voglio scoprirti.
Voglio mangiarti.
Pezzo per pezzo.

Ho voglia di te.

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 19:39 ||| commenti (3)
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sabato, 24 febbraio 2007

Vaffanculo. Sono stanco.
Sono stanco di vedermi impantanato in situazioni che non tendono ad una conclusione.
Sono stanco.
Mi sono rotto le palle!!

Stanco di vedere le parole che muoiono
Stanco di vedere che le cose non cambiano
Stanco di dover restare all'erta ancora
Respirare l'aria come lama alla gola


Vaffanculo

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 19:02 ||| commenti
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Manuel in fondo era capace di camminare dritto sull'acqua, stringere tra i denti l'aria, intrappolandola. La sua pelle era adrenalinica, fatta di scalini che conducevano ad un unico punto: le labbra. Da leccare, da strapparle e farne un soprammobile, un portachiave, qualcosa da portare sempre nel taschino del suo gilet. Da stringere tra le mani in una calda e malinconica estate. Male di Miele. Diabetico insinuarsi tra le ferite, irrefrenabile desiderio di crogiolarsi in quello che non c'è, afrodisiaco desiderio di scoprirla. In simbiosi dentro Lei.


"Io voglio i tuoi germi, riempirmici le tasche, sprofondarci dentro fino ad esserne inghiottito, fino alla fine. Fino a respirarli. Fino a rubarli.
Metamorfica rapacità. Ossigeno per il mio deserto.
Per me, Nadir.
"


[Afterhours, omaggio]

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 17:43 ||| commenti (1)
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domenica, 18 febbraio 2007

triste
annoiato
e
asciutto

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 16:08 ||| commenti
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mercoledì, 14 febbraio 2007

[HOST]
Ladies and Gentleman,
Now the moment you've all been waiting for
The world famous Jack Rabbit Slims Twist Contest!
Now let's meet our first contestants here this evening
Young lady what's your name?

[MIA]
Mrs. Mia Wallace

[HOST]
And how about your fella here?

[MIA]
Vincent Vega !

[HOST]
Alright, let's see what you can do, take it away


You Never Can Tell

It was a teenage wedding, and the old folks wished them well
You could see that Pierre did truly love the madamoiselle
And now the young monsieur and madame have rung the chapel bell,
"C'est la vie", say the old folks, it goes to show you never can tell

They furnished off an apartment with a two room Roebuck sale
The coolerator was crammed with TV dinners and ginger ale,
But when Pierre found work, the little money comin' worked out well
"C'est la vie", say the old folks, it goes to show you never can tell

They had a hi-fi phono, boy, did they let it blast
Seven hundred little records, all rock, rhythm and jazz
But when the sun went down, the rapid tempo of the music fell
"C'est la vie", say the old folks, it goes to show you never can tell

They bought a souped-up jitney, 'twas a cherry red '53,
They drove it down to Orleans to celebrate the anniversary
It was there that Pierre was married to the lovely madamoiselle
"C'est la vie", say the old folks, it goes to show you never can tell

It had a teenage wedding, and the old folks wished them well
You could see that Pierre did truly love the madamoiselle
And now the young monsieur and madame have rung the chapel bell,
"C'est la vie", say the old folks, it goes to show you never can tell


*_* AHHHHHHHHHHH!! E' la mia vita per ora!!!

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 23:12 ||| commenti (2)
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L'anticonfortante pepi + taglia la carne a sangue freddo.
L'anticonfortante pepi + subisce perentoriamente processi di dilavamento.
L'anticonfortante pepi + non è stronzo come molti pensano.

L'anticonfortante pepi + è un prodotto di origine unica.




La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 00:14 ||| commenti (1)
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venerdì, 09 febbraio 2007

VIII.

 

L'ho capito quando siamo giunti.

Non avevamo neanche varcato la soglia.

La casa..non era sua.

Entrammo dalla finestra e la prima cosa che feci fu cercarne il profumo.

Il camino. Il camino era rimasto acceso durante la notte. Si sentiva ancora quell'odore acre di legna bruciata. Inondava la stanza come il profumo della prima colazione al mattino appena svegli, l'odore del caffé che esce dalla caffettiera, le paste calde fumanti in forno. Senti solo quello.

Per il resto sembrava disabitata.

Il mobilio era ricoperto da una patina di polvere, intatta, non vi erano tracce di dita o quant’altro.

Tutto era immobile.

Statuario.

Guardiani, il loro compito era stato quello di Guardiani.

Guardiani del Tempio.

Guardiani del Fuoco. Lui, l'unica forma vivente presente.

 

Ma ne era soltanto il riflesso di un'altra ancora più viva, capace di domarlo.

Di dargli la vita e lasciarlo morire.

 

[ Anch'esso è capace di farlo. Dare la vita e lasciare morire. L'ha fatto e lo continuerà a fare. Le persone ne hanno bisogno. Hanno bisogno di qualcosa che li aiuti a vivere e a morire. Sono troppo deboli per cavarsela da soli.

Devono credere in qualcosa che li trasporti fuori dalla loro realtà, affidarsi ad essa..]

 

-..altrimenti avrebbero paura di non sapere il motivo per il quale vivono -

- Che hai detto? -

 

Liam si era rivolto a Constanze dopo aver udito le sue parole. Non avevano effettivamente un senso in quel contesto. E in nessun altro.

Erano soltanto parole che terminavano un lungo ragionamento.

 

- No niente, pensavo..Ma il proprietario, è..un tuo..conoscente? - Si allontanava dalla finestra mentre gli poneva quella domanda. Il suo sguardo era rivolto alla casa, molto distratto. Le sue parole volevano cercare di scoprire, erano provocatorie. Erano femmine.

 

- Si, un mio lontano cugino. Mi avevi detto di portarti a casa e qui, - gira su se stesso allargando le braccia e guardandosi attorno - come vedi, siamo in una casa. Ora preferirei evitasti di interrogarmi come se volessi scrivere un articolo per un giornale - Saliva al piano superiore mentre parlava, senza sprecarsi in attenzioni nei confronti di Constanze. Sembrava cercasse di fuggire al più presto dalla sua figura, come se irradiasse una luce talmente forte da costringerti a chiudere gli occhi e a cercare un posto in ombra, riparato.

 

Ma nessuno dei due si stava realmente allontanando.

Nessuno dei due cercava in verità la distanza.

I loro occhi.

Loro si. Si cercavano, senza farsi notare.

Entrambi, nell'allontanarsi, avevano chinato lo sguardo, senza perdersi di vista, a voler attendere l'immediata reazione del loro gesto.

 

Una volta sopra si accostò al muro e si lasciò cadere a terra, stringendosi le gambe al petto.

Era solito sistemarsi in quella posizione fetale quando si sentiva a disagio o nella più completa incapacità di reagire. Probabilmente non pensava a nulla, si limitava a guardare il pavimento davanti ai suoi piedi e aspettare che qualcosa venisse in suo soccorso, venisse a smuoverlo per riportarlo alla vita reale, quella da cui fuggiva, assumendo questa posizione.

 

- Hey..- la voce di Constanze giungeva dal piano di sotto. Quel qualcosa era giunto, ma forse troppo rapidamente. La percepiva lontana, appannata -..io mi faccio un bagno caldo - come se parlasse da dietro un vetro che ne attutisse il suono.

 

[D..d'accordo..]

 

Parole che si limitavano ad affiorare appena sulle labbra, senza avere nemmeno la forza o il coraggio di mostrarsi per quello che sono.

Si morse le labbra, lasciando scivolare il capo verso il basso.

Lasciando la fronte premere contro le ginocchia.

Lasciando che queste le facciano da sostegno per un attimo lungo un’infinità.

 

- Sei un imbecille Liam, un inetto. Crescere non è proprio il tuo forte, eh? – strinse gli occhi, cacciando dentro quelle lacrime che si ostinavano a scendere.

 

Rimase in silenzio dopo quelle parole. Poi si alzò di scatto e scese a due a due i gradini, precipitandosi fuori. Si sentiva soffocare in quella casa, estranea, impregnata di odori e sensazioni che non erano i suoi, in più insieme ad una ragazza di cui non conosceva neanche il nome, estranea anch'ella.

Aveva conati di vomito, come se il suo corpo stesse rigettando quella situazione fin troppo inaspettata per non creare complicazioni.

Non aveva una meta, non era diretto in nessun posto. A lui non serviva arrivare, correre era ciò che in quel momento aveva bisogno di fare. Come se ogni casa, incrocio, palo, persona che superava era un pezzo della sua esistenza che lui gettava senza troppo rimorso, ma con le lacrime agli occhi. Lacrime come ancore incagliate ad ogni pezzo che si lasciava alle spalle, impedendone l’oblio.

A farlo fermare era venuto in suo soccorso un profumo. Fresco, vitale. Capace di inebriare ogni singola particella del suo corpo, renderla incapace di alcunché se non abbandonarsi deliberatamente al piacere estremo. Il motore che gli permetteva di vivere autonomamente si era fermato e collegato in via diretta a quella fonte di benessere quasi divina, immortale. Lasciava scorrere nelle sue vene l'ossigeno che invece scorre nelle arterie, riempiendo di felicità ogni singola cellula. Non poteva far altro che sorridere adesso sotto un’incessante pioggia, solo quello. Era la sola conseguenza possibile a quello stato.

Aprì gli occhi per scoprire da dove quel profumo provenisse e si avvicinò alla rete metallica che circondava una villetta. Si aggrappò con le dita ad essa e inspirò a fondo la verde dolciastra freschezza della menta.

Si sentì rinascere.

Una ventina di minuti appigliato a quel profumato momento di serenità. Venti minuti trascorsi a cullarsi in un ricordo, in un rimpianto. In un peccato irrinunciabile, dal quale stava amaramente fuggendo.

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 20:39 ||| commenti
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Eh si ._.

Avete perfettamente ragione ._.
Questo blog è troppo abbandonato a se stesso, bisogna farlo rivivere e con esso anche quei due poveri disgraziati rimasti appesi a fili immobili..

Ma siamo tutti in università, vita movimentata e poco tempo per scrivere, se non gli appunti durante le lezioni.. ma cercherò di continuare qualcosa durante il mio tempo libero e soprattutto quando avrò la testa per farlo, cioè quando sarò triste e pensieroso, romantico e illuso, incavolato ed amareggiato..

.

.

E forse questo è un buon momento..

[Il vuoto delle tue certezze tra le tue pareti che ora inchiodano silenzi tra noi due]

Paura del diverso
Paura del possibile
Paura che il diverso sarebbe anche possibile

.. perchè non ci provi ad arrenderti, ad un giorno di pioggia..

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 19:44 ||| commenti (1)
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lunedì, 15 maggio 2006

Svegliarsi un mattino ..e sorridere..

Mi accorgo che ciò mi capita sempre più raramente, adesso non so da quanto tempo è che non mi capita..
Svegliarsi e sentirsi!
Sentirsi vivo!

Sentire la voglia di fare qualcosa, la voglia di prendere una decisione, di cambiare vita, di convincermi che la vita è bella, di..
Sentire la voglia di sentire..

Svegliarsi un mattino ..e sorridere..

Magari illuminato dai dei bei raggi solari (non che non adori la pioggia, anzi la amo. Ma ne ho abbastanza)
Sentire calore..
Combattere..

Ne ho bisogno, ne ho assolutamente bisogno..

Svegliarsi un mattino ..e sorridere..

Ormai niente più che un sogno..

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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martedì, 04 aprile 2006

Non ci capisco più nulla.
Davvero.
Non so più che cosa fare.
Parlo dell'Università, della mia Università..o meglio, della mia Facoltà di Ingegneria Informatica.
Non me l'aspettavo così, troppo piatta.
Priva di colori, la sua scala cromatica si estende tra tutte le tonalità del Grigio.
Non c'è nemmeno il Bianco e il Nero, almeno così potevi scegliere, potevi cadere in uno dei due colori, per poi scivolare e macchiarti con l'altro.
Sali e scendi. Dentro e fuori.
Ma non c'è nemmeno questa possibilità.
Sei tutto Grigio, qualche piccola sfumatura per i colori dei capelli, degli occhi, certo..il rossore (che sarebbe un Grigio un pò più scuro) alle guance per un pò di imbarazzo durante un intervento in aula, il chiarore delle unghia, tutti piccoli dettagli. 
Ma sei immerso perennemente e quotidianamente in un tubetto Grigio metallizzato e ci sguazzi per circa 3 - 4 ore al giorno adesso, poi ci sguazzerai le tue 8 ore.
Poi una volta usciti dal quella cornice, da quel paesaggio offuscato dallo smog e dalle persone in vestito (obbligatoriamente Grigio) con cravatte e macchine di lusso, sembri di esserti finalmente spostato dallo scarico di una delle marmitte di quelle auto, come se uscissi insieme al fumo di una locomotiva e ti ritrovassi inaspettatamente in una Tavolozza piena di colori vivaci.

E Tu lì
Libero di usare quei colori a tuo piacimento
Cadere, rialzarti, tuffarti, saltare, rotolare, sorridere, piangere, crescere, innamorarsi, rincretinirsi, giocare, bagnarsi, sporcarsi, abbuffarsi
Di tutto fino a che ogni parte del tuo corpo non ha un colore diverso.
In quel momento tutti ti guarderanno e non potranno che sorridere vedendoti nelle veci di Arlecchino e tu non potrai far altro che ricambiare, un sorriso del tutto Bianco, puro come la felicità che stai provando in quel momento.

E' questo quello che voglio, non rinchiudermi in un ufficio davanti ad un pc fino a che quest'immagine non diventi un quadro appeso alla MIA parete, un quadro Grigio attorno al quale miliardi di colori danzano e si intrecciano.
Non voglio che il Grigio di quel quadro scolori finoa ricoprirne l'intera parete.

Non voglio

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 16:06 ||| commenti (3)
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domenica, 26 marzo 2006

VI.
 
All’interno dell’auto sembrava essere già scesa la notte, mentre ancora all’esterno metà disco solare si stagliava all’orizzonte dipingendo il cielo di un colore rossastro-arancione. I raggi colpivano in pieno la parte sinistra del viso di Liam, lasciando in ombra l’altra.
- Dove ti porto? - Costanze era rimasta nel suo stato di attesa fino quasi a perdercisi, tanto da averlo ormai lasciato in una condizione di impoverimento, e a quelle parole pronunziate senza un minimo di preavviso, senza una sensazione, un odore nell’aria che potesse far intuire ciò, strinse appena le mani attorno la gonna, all’altezza delle ginocchia, mentre il corpo reagiva con un leggero sussulto. Gli occhi, che fino a quel momento erano rimasti a fissare un punto indefinito del paesaggio, focalizzarono lo sguardo sull’immagine di Liam riflessa sul finestrino.
‘Che intenzioni hai? Parla. Perché ti stai comportando in questo modo? Perché mi tratti con tanto rispetto? Non mi vedi?! Non capisci chi sono? Che diavolo stai combinando, cosa diavolo aspetti?! Sembri far parte di un collage, incollato qui da mani inesperte che hanno trovato la giusta armonia tra differenti ritagli di un giornale’.
Socchiudeva gli occhi nel chiedersi tutto ciò.
E immediatamente le tornarono in mente immagini sfocate della sua infanzia, di quando era rimasta sola dopo la morte dei suoi genitori durante un incidente stradale. Era l’unica ad essersi salvata quella notte. Il traffico era stato bloccato dall’arrivo della polizia e dei pompieri. La macchina, capovolta, era in fiamme vicino il guardrail, frammenti di vetro sparsi ovunque e la sua figura minuta in mezzo a quel delirio. Immobile, non piangeva, non gridava, era fredda impassibile. A piedi nudi guardava con occhi vitrei le fiamme di quella macchina, come se cercasse di placarle con la sua freddezza. Tra le mani teneva un orsacchiotto di pezza, sporco e lacerato in più punti. Portava soltanto un leggero vestito bianco. I suoi piccoli piedi sfioravano il rude asfalto, ma sembravano non disprezzare quel contatto. La sua figura, così apparentemente debole e priva di vita, sembrava riuscire a capovolgere ogni aspetto malvagio di quel momento. Tutto si piegava al suo sguardo, tutto si inchinava ai suoi piedi, come a scusarsi per tutto quello che le avevano causato. E lei osservava tutto con distacco. Era rimasta lì a guardare ardere i corpi dei suoi genitori, vedeva le fiamme danzare e divertirsi tra loro attorno la macchina. Attorno a lei troppe persone erano già scese dalle proprie urlando per lo straziante spettacolo e osservando ammutolite l’operato dei pompieri. Tutto questo per lei risultava fermo, percepiva ogni singolo movimento in maniera rallentata, come se ogni cosa che vedesse lasciasse dietro di se un scia di cui non si riusciva a vederne la fine.
Prese a camminare lontana da quel cumulo di macerie con estrema lentezza, tenendo il pupazzo da un suo braccio e lasciandolo dondolare nel vuoto. Non riusciva a sentire niente, tutti i suoni erano ovattati, vedeva molta gente che si chinava a parlarle, a gridarle in faccia, ma non sentiva, si accorgeva soltanto del loro alito sul viso e del muoversi delle loro labbra. Così continuava ad avanzare, oltrepassandoli senza donare loro un minimo di interesse.
Fece così tutta la notte fino a quando la stanchezza l’ebbe vinta.
Funziona così.
Più tu cerchi di andare avanti più si fa più forte, più cerchi di contrastarla più fa sentire il suo fiato dietro la nuca. Si sedette sotto un balconcino, stringendo le gambe al petto e nascondendo il viso tra le gambe. Non riusciva a tenere gli occhi chiusi. Ogni volta che lo faceva si manifestavano come spiriti malvagi quelle fiamme che ridevano sguaiatamente, urlavano per le risa mentre trascinavano via con se i suoi genitori, che la guardavano e le chiedevano scusa.
Solo allora si accorse di essere rimasta sola.
Pianse tutta la notte, fino ad addormentarsi.
Sognò di gridare. Vedeva soltanto il viso contratto e la bocca spalancata, ma non udiva nessun urlo. Nonostante questo il corpo le fremeva, sentiva salirle su la pelle d’oca. Non riusciva a smettere, era come costretta per l’eternità a quel dannato stato.
La svegliarono delle parole, che in quel silenzio risultarono fin troppo udibili.
- Che ci fai qui? - sentiva che quelle parole non erano macchiate di sangue e fuoco, che si liberavano con facilità e si lasciavano trasportare per la loro leggerezza.
Erano sincere, innocue, infantili.
Aprì gli occhi e vide la pelle rugosa di un vecchio barbone con il viso chinato davanti al suo. Le sfuggì un grido che subito trattenne non appena vide sul suo volto manifestarsi un sorriso sdentato.
Quando un sorriso è vero lo capisci da come muovi le labbra e dalla forma che assumono gli occhi.
Quando un sorriso è vero l’armonia che si instaura tra le parti del viso è inimitabile.
Quando un sorriso è vero senti un flusso attraversarti il cuore, rinfrescandolo.
Sorrise un attimo, non lo faceva da prima dell’incidente.
- Perché non sei a casa? I tuoi si preoccuperanno - non sapevano quelle parole, non potevano sapere. E lei lo capiva, riusciva a sentirne la purezza e ne rimaneva affascinata, tanto da non rispondere alle domande, ma rimaneva lì, a guardarlo, ascoltarlo.
- D’accordo. Dove ti porto? -
Sentì che il corpo e la mente si riunirono e riportò lo sguardo sull’immagine di Liam, che non aveva mosso una palpebra. Sicuramente non pretendeva una risposta, si era già sforzato abbastanza nel porre quella domanda.
- Portami a casa, per favore -
- Dove sta casa tua? -
- Non ho mica detto casa mia -
Per un attimo gli occhi di Liam si mossero verso di lei.
Solo un secondo. Quasi volessero mostrarle la loro solidarietà, come a dire ‘Anche noi andiamo in una casa che non è la nostra’.
Poi ritornarono severi al loro ruolo.

( Questo è l'ultimo capitolo che pubblicheremo per ora causa blocco dello scrittore di uno delle due mani [ Modjo >.> ]. Speriamo di pubblicarne altri al più presto possibile ^^ )

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
|| 14:48 ||| commenti (10)
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lunedì, 20 marzo 2006

Da quanto tempo non piangevo?
Quanto tempo è passato dall'ultima volta che ho asciugato una lacrima con la lingua?
Pensavo di aver dimenticato il sapore delle lacrime, di non sentirne più quel gusto salato, di acqua marina..

" Ormai era da tempo che mi trascinavo sofferente su queste strade. Strade che intraprendevo senza la minima consapevolezza, ma rimanevo a guardarle e rimirarle a testa bassa. Ogni singola pietra, ogni cespuglio. Osservavo con tanta minuzia ogni singolo animaletto che strisciava, zompettava, svolazzava attorno ai miei piedi fino ad affezionarmici. Poi mi bastava alzare appena il capo o scostare di poco lo sguardo per capire che si trattava di mera abitudine. E ritornavo a guardare la strada che dovevan percorrere i miei piedi. Fino a che non mi accorgevo che ogni singola strada sulla quale camminavo non era altro che un vicolo cieco, un vicolo cieco avente come termine uno specchio. Un semplice specchio sporco. Ogni volta che lo vedevo mi incuriosivo e mi dicevo di raggiungerlo, di vederne la sua immagine, cosa rifletteva, chi rifletteva. Ogni volta giungevo dinnanzi ad esso e lì mi fermavo a guardarlo. La prima volta non capii e alzai le spalle, voltandomi e abbandonando quella strada. Ma ogni volta che mi imbattevo in quello specchio, posto alla fine di ogni strada percorsa, sentivo nascere sul mio petto qualcosa. Pensavo dovessere essere qualcosa di vivo, perchè la sentivo crescere. La sentivo crescere sempre di più e più cresceva più la sentivo pesante e più faceva male. Piansi quando non ne potei più, quando quel dolore lancinante ormai aveva pervaso tutto il mio corpo. Piansi per mesi e mesi, sostando davanti ad uno di quegli specchi.
Poi un giorno mi feci forza e mi rialzai andando a zonzo per le altre strade. Quegli specchi, però, non vollero abbandonarmi. Ma ormai non sentivo più niente. Quella creatura era entrata in simbiosi con me, me la portavo dietro dappertutto. Ciò che mangiavo io mangiava anche lei. Ciò che vedevo io vedeva anche lei. Ciò che io sentivo sentiva anche lei. Quella creatura stava sviluppando una proprio volontà. Cominciai a mangiare di meno. A vedere poco e a sentire quasi niente. Le mie gambe si muovevano stanche, si trascinavano ormai consapevoli del tragitto che quotidianamente percorrevano. Ero diventato spettatore di una tragedia senza fine. Non riuscivo a ribellarmi, non riuscivo a muovere un ciglio. Ciò che decisi fu l'unica cosa che potevo permettermi.
Togliere la felicità anche a quella creatura
Mi fermai dove tutte quelle strade si incontravano, dove tutti quegli animaletti al loro passaggio alzavano una zampetta salutandosi o strofinavano le antennine per scambiarsi effusioni. Mi sedetti per terra, portandomi le gambe al petto e mi inchiodai lì. Con il capo tra le gambe.
Rimasi così finchè le lacrime non si fecero sentire nei miei occhi. Volevo piangere a tutti i costi. Solo che non uscivano. Non cadevano giù. "

Adesso sto qui.
Ancora seduto.
Ho pianto.

Ho sentito di nuovo quel sapore, quel gusto di acqua marina..

..ma ho ancora sete

La stanza dei riflessi ha accolto Elfen
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V.
 
Mentre tutto questo si condensava nella sua mente, mentre si abbandonava totalmente a quel flusso di pensieri privi di una solida e rigida coerenza formale, perse i sensi. Sdraiato rimase privo di alcuna coscienza a vigilarlo. Privo di ogni sentore, anche minimo a rendergli la consapevolezza di essere vivo.. Finché ad un certo punto, come si era arrestata, la ruota ricominciò a girare. E' strano a dirsi, è strana anche la sensazione che si prova quando all'improvviso riprendi ad essere cosciente del tuo essere e di tutte le azioni che da questo ne conseguono. E' come se all'inizio un totale stato d'incredulità ti sommerga, anche se ti guardassi allo specchio avresti l'impressione di non riconoscerti, eppure una voce, gracile nella tua mente continua ad urlare " Sei tu, sei tu quello che stai appena vedendo" ma ti appare un immagine così lontana che non riesci a distinguerla. In quei momenti tutto è privo d'interesse, non senti altro che quel richiamo alla stabilità.
D'un tratto prese ad alzarsi. Non ebbe nemmeno il tempo di stropicciarsi gli occhi che preso il giubbotto di velluto scuro, che ai tempi lo coprivano dagli sguardi, prese a camminare lungo le vie principali della città di F.
Era insolito il passeggio. Ti sembrava di stare a guardare gente diverse, quasi avessero una loro particolare nazionalità sebbene le conformazioni fisiche fossero identiche. A volte ti capitava che passasse una donna, una di quelle che non sembri notare ma che, improvvisamente, per l'alone di profumo che si lasciava alle spalle, eri costretto a seguirla con lo sguardo. Così fu, basto solamente quello per farlo voltare mentre incedeva senza meta lungo le vie, perduto tra facce sconosciute. Ed ebbe il ricordo di lei.
Era strano riuscire a pensare a lei a mente lucida, era molto che non accadeva ma in quel caso fu la cosa più naturale possibile. Lei era in tutto ciò che aleggiava intorno, lei era il perfetto velo che ricopriva di uno strato sottile ogni cosa. Solo lui poteva vederla, solo lui poteva sentirla e mentre accelerava il passo per raggiungere il parco cittadino, con la speranza di ritrovare la pace nel deserto e nella miseria di quel posto, la vedeva nei visi dei passanti, nel movimento appena accennato delle fronde degli alberi, nel leggero bisbigliare del vento. Lei era lì e la sua presenza sembrava un monito a ricordargli qualcosa. Qualcosa che da tempo aveva abbandonato ma che ancora non era riuscito a capire.
Giunto innanzi il cancello, rimase immobile ad osservare intorno a se, come in cerca di un segno specifico nei paraggi, come un segnale che gli indicasse la via da intraprendere, ma soltanto il vento sembrava accompagnare quella lenta marcia che sapeva di requiem. Chinato il capo si addentrò all'interno dei viali, nel buio, nella speranza di non trovare anima viva che potesse importunarlo. In quei momenti è come se la solitudine della nostra anima appaia l'unica cura possibile. E' come se il mondo, improvvisamente distante, ci appaia come una meta irraggiungibile ed evanescente. A quel punto la certezza di aggrapparci a noi stessi sembra l'unica soluzione.
 
- Voi siete venuto per lei -
 
Mormorò la vecchia. Era completamente ammantata con una leggera coperta di cotone, logora su tutta la superficie, il cui tanfo poteva perfettamente udirsi in lontananza. Ma non ci fece caso e attirato dalle sue parole prese ad avanzare.
 
- Sei arrogante, vecchia, pretendi di conoscere i pensieri della gente. O di sorprenderla con i tuoi trucchi -
- No, non mi costerebbe nulla, rimanere in questa panchina in silenzio. Eppure tu hai qualcosa di strano, qualcosa che mi ha portato a pensare che stessi pensando ad una donna. Hai lo sguardo di un uomo abbandonato. Lo sguardo di un uomo che è appena rimasto in balia delle proprie scelte e che improvvisamente deve farsi strada -
 
A quel punto qualsiasi pensiero sembrava svanire. Muovendosi lentamente aggirò la panchina sedendosi di fianco a lei. Il suo profilo sembrava quasi indistinto tra i capelli sporchi legati con un fermaglio rosso dietro la nuca. Ad ogni respiro il calore si condensava in vapore, il suo sguardo